PRIMA PARTE Cosa è un magnager
Le leggi del market-yng
Il telefonino
Le banche
Il mercato
Tecniche di svendita
Pub-lik speaking
La pubbli-città
E-male
Brain-storming
Team-work
Inglesismi
Valore ingiunto
Le tasse
Turnover
L’amministratore allegato
Il mo’bbing
L’imprexa
Lo sfot
Il businessi
Il bud-jet
Il tarjet
POI RITORNA
Come usare questo libro:
Lo “sgrammy”
Il restauro cognitivo
La rappresentazione visuale
Appendicite
A: Minime
B: Vocabolario sgrammatichese
INTRODUZIONE Il triangolo cognitivo
Sono profondamente colpito dallo scritto di Roberto Provana e dal modello teorico-descrittivo,
davvero innovativo nell’ambito della psicologia di Formazione, col quale egli propone una tripartizione delle forme di pensiero: pensiero logico, pensiero analogico, pensiero caotico.
Alcuni decenni fa la scoperta della laterizzazione degli emisferi cerebrali e nuovi studi sulla creatività e sul pensiero analogico determinarono una forte valorizzazione di quegli aspetti dell’attività cognitiva e di pensiero che, tradizionalmente, erano considerati una sorta di fenomenologia inferiore ed arcaica dell’attività del pensare.
La rivalutazione di questo pensiero “altro”, analogico, creativo, o anche cosiddetto “laterale” portò a innovazioni profonde nella psicologia cognitiva e in quella particolare branca applicativa che è la psicologia della formazione. Ne nacquero anche, come sempre e inevitabilmente, mode culturali e sociali superficiali e ingenue.
Così “essere creativi” divenne una parola d’ordine e, paradossalmente, un nuovo modo convenzionale di essere e di pensare.
Adesso Roberto Provana propone di passare dal sistema binario “pensiero logico < > pensiero analogico” (dove la doppia freccia indica che le due forme di pensiero non sono antagonistiche, ma interagiscono e tendono a completarsi reciprocamente) ad un sistema ternario:
in cui entri in gioco una terza forma di pensiero (quello caotico, appunto) che disorganizza i nessi associativi, logici o analogici che siano, e dis-ordina le forme di organizzazione della mente.
Condivido entusiasticamente questo modello che presenta, oltretutto, qualche somiglianza col modello topografico con cui Freud descrive l’apparato mentale.
Freud ipotizza un pensiero CONSCIO, razionale, logico, orientato allo scopo, che assurge ai vertici delle proprie potenzialità nell’attività di pensiero e nelle procedure di ricerca della scienza.
Accanto a questo (appena al di sotto, nello schema topografico che Freud utilizza) c’è il pensiero PRE-CONSCIO, che concerne l’area inconscia dell’IO (si tratta di un inconscio “attuale”, cioè immediatamente passibile di coscientizzazione, e che infatti interagisce con l’area cosciente dell’IO cognitivo).
Freud fa risalire a quest’area l’immaginazione, la fantasia, i sogni ad occhi aperti e, durante il sonno, l’attività onirica.
Al di sotto di queste due aree del pensiero, Freud colloca l’INCONSCIO DINAMICO, da lui rappresentato come un ribollente e caotico serbatoio di pulsioni.
Non dimentichiamo però che le pulsioni (sessuali e aggressive) di Freud sono cosa ben diversa dagli istinti dei biologi; esse sono forze interne a cavallo tra la mera e cieca spinta istintuale e la dimensione psichica e rappresentazionale. E infatti esse generano, all’insaputa dell’individuo cosciente, fantasia inconsce che influenzano, attraverso i vari derivati associativi che via via si avvicinano sempre più alla superficie della consapevolezza, tutta la vita mentale dell’individuo, conscia o pre-conscia che sia, oppure, per usare il linguaggio di Provana, logica od analogica.
Le fantasie inconsce si caratterizzano, in effetti, per il loro carattere CAOTICO e turbolento, che sovverte ogni regola, spezza i legami associativi, rovescia ogni norma, trasgredisce, distrugge e ricrea.
Propongo che il triangolo cognitivo di Provana accetti di “freudizzarsi” rovesciandosi a testa in giù:
Dr. Secondo Giacobbi – psicoanalista
Novembre 2003
PRESENTAZIONE
Il lavoro di formatore aziendale, a contatto da una parte con lo staff e la direzione di una impresa, e dall’altra con i partecipanti a specifici interventi formativi, è una esperienza singolare dove si può ricevere e imparare tanto quanto si riesce a trasmettere, a comunicare, a dare.
La realtà organizzativa attuale è caratterizzata da una competitività spesso esasperata, da responsabilità crescenti e da una serpeggiante insicurezza di fondo che non ha risparmiato nemmeno le risorse umane più tenaci e volitive, disponibili ad accettare le nuove sfide del mercato e dei nuovi stili di vita.
Mobbing, aumento dei conflitti interni ma anche esterni ovvero verso la clientela più o meno fidelizzata, mancanza di motivazione, sono tutti segnali indicatori di “qualcosa che non va” nella vita e nella gestione di quelle “comunità di lavoro” che dovrebbero essere le imprese.
Davanti alla vastità delle problematiche che tali mutamenti comportano, la formazione aziendale spesso non riesce a dare risposte, se non ascoltando e percependo dalla realtà da cui trae linfa vitale, i segni e gli umori, le rivelazioni più interessanti.
Alcuni anni fa fui costretto a notare che le persone più “resistenti” ai conflitti e alla depressione -male sempre più dilagante in questa epoca- presentavano caratteristiche particolari e precipue. Insieme alla loro capacità di “mettere ordine” e di “vedere chiaro” in un insieme che appariva sempre più caotico, tali manager, capi-area, funzionari amministrativi, marketer, account, venditori, manifestavano una straordinaria capacità: quella di saper ridere del loro stesso lavoro, degli altri, del mondo e soprattutto di loro stessi.
Seri e capaci nella professione, sapevano tuttavia “prendersi in giro” con eleganza, scaricando con sapienti, improvvise visioni e formule ironiche la tensione che in un altro individuo sarebbe invece andata crescendo arrivando prima o poi alle sue estreme conseguenze: frustrazione, affaticamento, stress, ansia, conflitti relazionali, diminuzione dei livelli professionali del proprio rendimento.
L’importanza di saper sdrammatizzare e quindi di operare con un approccio alternativo e costruttivo ai problemi, è cresciuta in modo direttamente proporzionale alla complessità odierna.
Sulla base di questa necessità, ho pertanto elaborato insieme a queste persone dalla forte carica ironica ed autoironica, alcune tecniche di sdrammatizzazione –esattamente opposte a quelle di drammatizzazione- da effettuare, con modalità diverse, nel contesto di una aula di formazione.
Si tratta di tecniche basate non sul così detto “pensiero parallelo”, “laterale” o creativo, e nemmeno sul consueto pensiero “logico-razionale”, ma su una forma di espressione consapevolmente “caotica” che rimescola determinati contenuti, strapazza un tema e altera lo stesso tessuto logico-grammaticale di una traccia semantica, mnestica, per produrre un linguaggio disarticolato e totalmente destrutturato, “illeggibile” e alieno.
Questo linguaggio può essere “elaborato” individualmente o in gruppo e rappresenta il “negativo” di una qualsiasi comunicazione e costruzione logica che rispetti i crismi grammaticali della comunicazione canonica verbale, scritta.
Tuttavia tale espressione caotica, essendo libera dalle regole grammaticali e dalle inibizioni che comporta, può fluire liberando anche “ciò che non si è mai detto”, può far indovinare doppi sensi e stupire per la sua stessa assenza di regole.
Si tratta di un linguaggio-shock ed eretico il cui scopo è di “smitizzare” il tema preso a bersaglio, sdrammatizzandolo.
Ho avuto la fortuna di lavorare con dei manager e delle “risorse umane” che si sono prestate a tale “gioco”, riuscendo a trasformare questi “esperimenti linguistico- cognitivi” in tecniche e metodi che sono stati applicati con successo in corsi di comunicazione, di creatività e di gestione dello stress.
I testi qui raccolti sono il frutto di più voci e “stili caotici” anche se presentano alcuni caratteri comuni tra cui il fatto che sembrano “parlare a qualcuno da istruire”, a dei possibili neofiti.
Trattandosi di personaggi che occupano ruoli gerarchici differenti, i loro testi nascondono una diversa visione personale dell’impresa e dei suoi “totem”, tuttavia si presentano come “lezioni” destinate ad un interlocutore/lettore che si intende “mettere in guardia” e consigliare per addestrarlo al mondo del lavoro in generale.
Ora, vi siete mai chiesti cosa possono combinare le persone quando le regole sono abolite e vengono messe in libertà, senza costrizioni logiche, semantiche, linguistiche ?
I risultati di tali “letture”, sono sempre stati molto coinvolgenti e vanno dagli scoppi di ilarità allo stupore o “improvviso risveglio”, dalla meraviglia liberatoria al desiderio di imitazione. In ogni caso, la curva dell’attenzione dei partecipanti sale e l’attenzione, se l’intero percorso è ben gestito, è assicurata.
La distruzione dei “totem” comporta sempre una riduzione della paura, da qui la funzione catartica dell’ironia, del “pensiero divertente” e del saper far ridere.
Il vero scopo di questo approccio è tuttavia quello di aiutare le persone a scoprire che l’ironia non è qualcosa che “scoppia tra le mani” quando un altro la esibisce pronta per il consumo: imparando lo “sgrammatichese” si può sperimentare che si diventa capaci di ridere di se stessi e si diventa “fonti” di de-tensionamento, di riduzione dell’ansia, erogatori di calma.
Eppure tale “arte della destrutturazione ironica” è solo la prima fase del processo.
L’altra parte consiste, come verrà illustrato nella seconda parte del libro, nel rafforzare le facoltà logiche e razionali, di “chiara visione” che prima si è contribuito a negare ed alterare, perché è questo che ci richiede continuamente il mondo: non solo il dono della calma, la capacità di relativizzare e di fugare tutte le paure, la distruzione delle ideologie e dei feticci moderni (dal telefonino al budget, dal marketing all’amministratore delegato), ma anche la facoltà di “leggere” nella rappresentazione caotica del mondo che ci circonda e dei tempi moderni, le nervature e le tracce di un lineare evoluzione che inesorabilmente, nonostante i nostri dubbi e le nostre incapacità, esiste e può essere intravista dietro l’ombra che tutto avvolge, ci fa perdere, nascondere e infine ritrovare.
Roberto Provana
LE LEGGI DEL MARKETYNG
Le leggi del market-yng sono quelle che si leggono a letto, forzati, da immobili o convalescenti, perché non c’è tempo di avere tempo se si deve vendere.
Altrimenti a cosa serve il marketing se non serve nemmeno per servire ?
Le leggi del marketing sono tante quante tante sono: se non ci credi prova a chiederlo a uno di quei guru che si fanno pagare parlando nelle Unidiversità, perché 97 teoriano e solo gli altri tre lavorano di pratica. Loro sì che la sanno tanto corta quanto lunga, al punto che non ci si arriva più a capirlo, questo casino che a volte funziona così bene che anche il suo opposto è meglio.
Le teorie servono per speculare sulla specula però la pratica è una fattispeciale molto diversa: bisogna intendersene per tendere a vendere sempre in qualunque luogo e momento anche quando sembra di no, ma la vendita è onnipresidente come dio.
Il mondo è tutto venduto, anche se le leggi che l’anno permesso sono nate dal Tyng e dal Tyang.
In occidente il marketing è più conosciuto del marcket-yang: questo lo so anch’io seppure non sono professore unidiverso. Ad ogni nodo il primo è la senza -o assenza, assenzia- della vendita, il secondo quella dell’acquisto anche se non sono parenti come sembra. Il terzo, che non nomina nessuno perché è invisibile ma c’è eccome, è l’ arte della svendita.
In oriente è più diffuso il marketyang, perché tra yin e yang di fiume giallo ne basta uno altrimenti perché gli altri due colori fondamentali sarebbero solo il rosso e l’azzurro ? Le tecniche di svendita richiedono molta esperienza con le marche, le marchette e i francobolli.
In accidente, diversamente che in oriente e in occidente che sono i suoi fratelli gemelli, marketyng e marketyang sono completamente sconosciuti, però sono molto note le marche. Le puglie, no: chi le conosce ?
La campania sì, perché si fanno tanti guazzabugli.
Ma se tosto si vive in città piuttosto che in campania si è più tosti e la vita è milliore, soprattutto se non si svende niente e non vi obbligano a comprare quello che non serve perché alla fine il tutto -e il niente- costano.
Specialmente se il prezzo lo si fa in accidente per far credere che è svenduto, ma non è vero: attenzione, è sempre marketing che vuole fregare perché l’allocco ci caschi anche se è obbligatorio guidando in motorino, meno che in campania. Perché le marche invece sono serie. Forse fino al troppo o al trotto, se giocate e vincete allora è bello perché si paga ma si guadagna quando vince il cavallo.
Come quando si lotta per il lotto. O quello super.
Anche quello è marketing fortunato, però bisogna conoscere il diavolo per saperne una di più, altrimenti siete fritti, perché avete dato soldi allo stato come un pesce e dovete star zitti se perdete.
Se succedete così allora il marketing ve l’ha messo in quel posto, ma lì non sono mai stato quindi non ve lo posso dire.