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TEORIA DEI GIOCHI

IL SOLE 24 ORE Martedì 11 Ottobre 05 -pagina 11

Il riconoscimento assegnato al matematico Robert Aumann e all'economista Thomas Schelling

PREMIATE LE IDEE PER RISOLVERE I CONFLITTI

di Pier Luigi Sacco

Robert Aumann

Robert Aumann e Thomas Schelling, i due vincitori del premio Nobel per l'economia 2005, sono senza alcun dubbio due delle figure fondamentali della storia, breve ma già molto intensa, della teoria dei giochi. Questo riconoscimento fa quindi il paio con quello già tributato alla disciplina nel 1994 quando ad essere premiati furono John Nash, John Harsanyi e Reinhard Selten. Se il premio del 1994 si focalizzava soprattutto sul tema dei "concetti di soluzione" di un gioco, ovvero dei criteri attraverso i quali poter stabilire quale combinazione di strategie "dovrebbe" venir giocata da soggetti razionali in ogni data possibile situazione, il premio del 2005 punta i riflettori sul tema del conflitto, anche se, in un certo senso, giunge come un giusto e ideale completamento del riconoscimento attribuito nel decennio precedente. Aumann e Schelling non potrebbero essere due personalità scientifiche più diverse tra loro. Aumann è un matematico raffinatissimo, sicuramente uno dei più grandi tra quelli che hanno incrociato la storia della teoria dei giochi. I suoi lavori sono in genere estremamente astratti e tecnicamente impegnativi, e possono con qualche rara eccezione essere letti con profitto soltanto dagli specialisti. Non a caso, il corpus del lavoro di Aumann è composto pressoché interamente da articoli pubblicati sulle più prestigiose riviste internazionali. Un raro esempio, per quanto eccellente, di esposizione non tecnica delle sue idee può essere trovato nel lemma Game theory del New Palgrave Dictionary of Economics. Schelling è un analista del conflitto, che basa la sua analisi su questioni concrete di contrattazione legate ai grandi temi della politica internazionale. È uno scrittore eccellente, i cui libri possono essere letti con grande soddisfazione anche da un pubblico non esperto e addirittura digiuno di matematica.
Il contributo fondamentale di Schelling a cui fa riferimento la motivazione del premio è "The strategy of conflict", uno dei capolavori assoluti della letteratura di teoria dei giochi, scritto nel 1960, nel quale Schelling fornisce, spesso in anticipo di decenni sugli orientamenti della ricerca, un numero impressionante di idee e intuizioni che andranno col tempo a costituire uno degli elementi portanti della ricerca degli ultimi vent'anni. È a Schelling che si deve in particolare l'attenzione al ruolo delle convenzioni nella soluzione dei problemi di interazione strategica: l'introduzione, cioè, di informazioni apparentemente irrilevanti ma che hanno il merito di permettere ai soggetti in gioco di coordinare in modo efficace le loro scelte.

Thomas Schelling

È così che il contesto sociale dell'interazione fa comparsa nel panorama precedentemente "asettico" della teoria dei giochi, e che sta gradualmente spostando il focus della ricerca da un approccio deduttivo estremo che cerca di ridurre il comportamento razionale a un insieme il più possibile ristretto e compatto di principi universalmente validi, a un approccio aperto nel quale è il contesto stesso a "selezionare" determinati principi di razionalità attraverso canali quali l'apprendimento, l'imitazione, la trasmissione culturale dei comportamenti.
Questa evoluzione non va però vista come una contrapposizione tra due scuole, ma piuttosto come un processo organico. Schelling diventa per i matematici come Aumann, impegnati nella ricerca dei concetti "assoluti" di soluzione, un critico intelligente e attento, i cui argomenti partono sempre da una profonda conoscenza dei fenomeni sociali.
E sarà proprio Aumann, in un lavoro fondamentale del 1974, a introdurre il concetto di equilibrio correlato, che dà una precisa formulazione matematica all'idea "alla Schelling" che in determinate condizioni i soggetti possano ricorrere a delle forme di comunicazione precedenti all'interazione stessa che permettono loro di coordinare in modo ottimale le proprie scelte in base all'osservazione di un evento casuale concordato.
I contributi di Aumann alla teoria dei giochi sono però talmente ricchi e diversificati che ci sarebbero state almeno altre quattro o cinque motivazioni altrettanto valide per assegnargli il Nobel. Si può anzi dire che non c'è campo "classico" della teoria dei giochi al quale egli non abbia dato almeno un contributo fondamentale.
Non a caso molti dei teorici dei giochi più attivi in questi ultimi anni stanno tuttora lavorando ancora nel pieno del solco tracciato da Aumann. Il quale, nonostante i suoi 75 anni (è nato nel 1930), è ancora attivo e produttivo e continua a esercitare la sua influenza intellettuale sedendo nei comitati editoriali delle più importanti riviste della disciplina. Uomo profondamente religioso, Aumann sta negli ultimi anni dedicandosi a una analisi della presenza dei principi della razionalità decisionale e strategica nei testi sacri dell'ebraismo e a una riflessione profonda sui fondamenti metodologici e sui problemi concettuali della teoria dei giochi.
Schelling, di qualche anno più anziano (è del 1921), ha invece ormai essenzialmente concluso la sua parabola creativa. Il suo ultimo libro fondamentale, "Choice and consequence", è del 1984. anche nel suo caso, però, il pur fondamentale contributo del 1960 è soltanto un momento di uno straordinario percorso di pensiero. In "Micromotives and macrobehavior", del 1978, Schelling apre infatti, ancora una volta con più di un decennio di anticipo sugli orientamenti della ricerca, il tema della complessità dei processi di interazione sociale e degli esiti spesso imprevedibili a priori cui essi possono condurre in determinate circostanze.
Di nuovo si tratta dell'intuizione di fenomeni dalla complessa e precisa struttura matematica e incredibilmente condotta e sviluppata senza l'aiuto di alcun strumento matematico. Schelling è stato dunque, indubbiamente, un vero e proprio tesoro nascosto per gli economisti delle ultime generazioni, che spesso non hanno dovuto far altro che tradurre in un linguaggio formale idee da lui già pienamente sviluppate con la sola forza del ragionamento qualitativo.

 

 

 

 

 

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